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Leonetta Bentivoglio - Francesco Carbone
Pina Bausch. Vieni, balla con me


da IL MANIFESTO DEL 14 APRILE 2009

di Gianfranco Capitta
LIBRI - Francesco Carbone e Leonetta Bentivoglio

Pina Bausch: fermati attimo, balla con me. Un libro di spettacolo a volte può dare emozione quanto lo spettacolo stesso, o quanto un ciclo di creazioni di quell'autore. Pina Bausch/ Vieni, balla con me (edito da Barbès, Firenze, euro 18) è proprio uno di quei libri. Nato prima in Francia e in Germania, appare ora in italiano, che è la sua lingua «originaria», essendo fatto delle foto di Francesco Carbone e del lungo testo di Leonetta Bentivoglio che le accompagna e le arricchisce.
Pina Bausch resta la madre di tutti gli spettacoli sulla scena occidentale di questi ultimi cinquant'anni. Ha cambiato il linguaggio della scena, e il modo di percepirlo da parte degli spettatori. In modo più «morbido» e dolce di Bob Wilson (l'altro padre della grande trasformazione del gusto contemporaneo), ma forse più radicale e duraturo. Dovrebbero entrambi apparire, parallelamente, in uno dei grandi festival estivi con le loro ultime creazioni, e potrà essere una bella occasione di verifica della loro influenza e importanza sulle ultime generazioni.
Non c'è da dilungarsi troppo su Bausch, la sua arte, la sua maestria, il suo sentimento, la sua fantasia. Ma nelle immagini e nei testi del libro c'è modo di capire ed emozionarsi di più: si stagliano più netti, in queste pagine, il conflitto/desiderio tra uomo e donna; l'eterno perseguimento dell'eros sempre destinato a essere interrotto quando illude di essere a portata; anche un certo sostrato «torbido» e inconfessabile nel suo teatro, che molti vi sentono, ma che in genere è stato signorilmente e pudicamente «accantonato». Così come ci sono molti altri aspetti, da quello delle «geografie» in cui i suoi spettacoli si dislocano e ispirano, a quello delle costanti visive, e ancora dell'esercizio e dell'invenzione. Ma nel libro, che non è per addetti a lavori, questi punti di interesse sembrano moltiplicarsi. Le foto di Carbone, che da molti anni dedica alla coreografa tutta la propria attività e maestria, sono belle, bellissime. Ma per chiunque abbia visto anche un solo spettacolo di Pina, hanno un effetto ulteriore, profondo e rivelatore: nel cogliere, catturare, fermare un attimo di quei movimenti, di quelle posture, di quei gesti, di quegli sguardi, di quegli incroci (tanto corporei e perfino violenti quanto insieme immateriali e trascendenti), quegli stessi oggetti ci dicono di più, ci suggeriscono valenze, significati e possibilità che non abbiamo immaginato, anche se quello «stück» l'abbiamo visto più volte (il teatro Bausch è un piacere che spesso si ribadisce). Quanto al testo di Leonetta Bentivoglio, ha scritto su Bausch altri libri importanti, ma proprio per questo è tanto più significativo quanto scrive. Non un saggio, ma una sorta di autobiografia generazionale, proiettata sul suo grande oggetto d'affezione. Proprio perché non si possono vedere gli spettacoli di Pina come uno «sviluppo» progressivo (con gli imbarazzanti giudizi degni dei voti stile Gelmini di qualche illustre firma in Italia come in Francia) quanto piuttosto in modo ciclico. Ripercorrerli prima cronologicamente e poi visivamente in parallelo, attraverso gli scatti spietati di Carbone, diventa il percorso bello e peculiare di un rapporto con lo spettacolo che non è visceral/umorale né superficial/pedantesco. È un orizzonte del mondo e della sua conoscenza, che attraverso la loro scansione cresce e si arricchisce. Senza schemi precostituiti, ma solo attenendosi a quelli che sono pur sempre spettacoli. Anche se, come viene insinuato, è la vita che mima e cita (o almeno vorrebbe) la propria magnifica rappresentazione in casa Bausch.

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